OPERE DI DIFESA DEL PATRIMONIO ARTISTICO

Durante la Grande Guerra Padova rivestì un ruolo di centralità anche dal punto di vista della salvaguardia dei beni artistici: la città fu tra i primi centri dove venne compresa l’importanza della difesa di tale patrimonio e affrontato il problema. L’Amministrazione lasciò carta bianca ad Andrea Moschetti, allora direttore del Museo Civico, per l’organizzazione delle operazioni. Grazie al suo efficiente e appassionato lavoro la maggior parte delle opere afferenti alle raccolte museali e alle principali collezioni private, nonché alla biblioteca e all’archivio, fu trasferita al sicuro oltre l’Appennino. Alcuni monumenti cittadini vennero riparati con semplici opere di difesa: l’altare del Santo, ad esempio, fu protetto con sacchi di sabbia mentre il Gattamelata con una ingenua, ma avveniristica, struttura cuspidata (dopo Caporetto venne smontato e trasportato a Roma).

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La Cappella degli Scrovegni e la Cappella Ovetari rimasero, invece, indifese fino a maggio 1917, allorché la Soprintendenza stabilì di proteggerle solo internamente con delle impalcature, poste a circa un metro di distanza dalle pareti, alle quali erano appesi grossi materassi imbottiti di alghe, in quanto materiale ignifugo. Sul pavimento, inoltre, venne steso uno strato di sabbia di sessanta centimetri, destinato ad attutire l’eventuale caduta di una bomba. Moschetti riuscì a ottenere che si pensasse alla difesa esterna solo nella seconda metà di settembre 1918, ma il progetto non venne mai attuato a causa della fine del conflitto.

Le protezioni della Cappella Scrovegni       le protezioni della Cappella Scrovegni